Lavoro, celebriamolo facendo ciò che amiamo

Chi sono, il mio lavoro, la mia passione. Disegnare le borse per donne che non vogliono essere dimenticate

Avevo circa 16 anni quando inventai il mio primo vero lavoro: vendere la merenda a scuola nell’ora della ricreazione. Un impegno non da poco, perché ogni giorno dovevo svegliarmi presto per andare a comprare il pane fresco, ma l’indipendenza economica aveva già allora una grandissima importanza per me. Sono sempre stata una persona intraprendente: se volevo qualcosa, facevo di tutto per ottenerlo. E più l’obiettivo era complicato, più mi entusiasmava cercare di raggiungerlo.

Il mio primo mercatino

Prima ancora del debutto in ambito gastronomico, la mia realtà erano i mercatini. Organizzai il primo che avevo più o meno 7 anni. Vendevo braccialetti realizzati intrecciando fili di ferro poi colorati a mano. Come location scelsi la spiaggia –  abitando a Reggio Calabria non poteva essere altrimenti! – e curai tutto nei minimi particolari, senza lasciare nulla al caso. Sul mio tavolo c’era anche una brocca di succo di mela verde per dissetare e attirare i clienti… piccole strategie di marketing sempre attuali!

Mi piaceva allenare la mente, fantasticare, progettare, inventare mille modi diversi per guadagnare qualche soldo, così da potermi comprare ciò che desideravo. Capii subito che in quella missione l’unico mezzo a mia disposizione erano le mie mani. Grazie a loro potevo dare nuova vita a ciò che gli altri scartavano, dipingevo su pezzi di legno abbandonati, assemblavo bottoni per creare collane… Grazie alle mie mani, e a un po’ di fantasia, riuscivo a costruire oggetti del desiderio per altre bimbe. È incredibile quanto tutto ciò si sia poi rivelato determinante nella mia vita da adulta.

Non so poi come sia successo, ma a un certo punto quell’intraprendenza, il non perdere mai di vista la meta e cercare costantemente e in ogni modo di raggiungerla, mi sono un po’ venuti a mancare. Crescendo veniamo inevitabilmente intrappolati nella struttura concettuale ordita dalla società per imporci la rigorosa legge del lavoro stabile, sicuro, magari con un contratto a tempo indeterminato. E inevitabilmente cadiamo nella grande trappola: lasciare che il mito del posto fisso vampirizzi tutta la nostra linfa vitale.

È capitato anche a me, e un giorno sono scoppiata. Avevo iniziato a lavorare come commessa in un negozio di abbigliamento, ripromettendomi di non permettere a quel lavoro-necessità di scalzare del tutto il mio lavoro-desiderio, ma non sono stata di parola. Un po’ alla volta il mio sogno nel cassetto è finito in soffitta, e totalmente fuori dalla mia testa. Ero entrata nel tranello di pensare che si lavora esclusivamente per portare a casa i soldi, non desideravo più creare nulla semplicemente perché non immaginavo più nulla. L’impiego che non avevo scelto aveva preso il controllo totale sulla mia vita.

Da bimba, senza condizionamenti esterni, la mia visione del lavoro era completamente diversa. Non vedevo l’ora di crescere e diventare adulta per poter creare e riempire il mondo dei miei pensieri. La mia visione del futuro era quella di una donna che avrebbe conquistato il mondo pezzettino dopo pezzettino, invece mi ero persa. Ma non è mai troppo tardi per cambiare, per fermarsi, guardare indietro e ricordare cosa realmente ci faceva stare bene. Io l’ho capito solo quando sono crollata.

Non dimenticherò mai quella sofferenza. Mi ha aperto occhi, mi ha fatto capire che immolarsi e rinunciare ai proprio obiettivi non può che condurre all’infelicità, propria e delle persone che ci sono vicine. Non voglio certamente minimizzare l’importanza che ha il portare a casa uno stipendio ogni mese, ma ognuno di noi ha anche bisogno di sognare, di sentirsi realizzato, e far convivere le due necessità non è impossibile.

Ho iniziato a rivalutare la mia vita, l’incidenza degli impegni che mi ero assunta, e mi sono messa a dare il giusto peso a tutto ciò che facevo. Ho ridistribuito i tempi e le priorità. Ho accettato delle rinunce, e solo così sono riuscita a fare un po’ di spazio. Non ho abbandonato il posto fisso che mi permetteva di adempiere ai doveri verso la mia famiglia, ma ho deciso di ridurre l’incidenza che aveva nel mio tempo per lasciare un po’ di spazio sufficiente a darmi la possibilità di vivere la vita che sognavo. Ho trovato un compromesso, e solo grazie a lui è nato il progetto The Lost Bag.

Le mie borse allora parlano di tutto questo, di quei sogni persi che aspettavano solo di essere ritrovati, della soddisfazione che provo quando faccio anche solo un passetto in avanti nel mio progetto di vita. Le mie borse parlano di felicità.

Domani si festeggia la Festa del lavoro, e l’augurio che voglio fare a tutte voi è quello di poter vivere di un’occupazione per cui la vera festa è proprio quella di lavorare.

 

Qual è il vostro rapporto con il lavoro? Riuscite a fare ciò che amate o amate ciò che fate? Qual era il vostro sogno da bambine? Cos’è per voi la soddisfazione, e che peso ha nella vostra vita? Attendo di sapere come la pensate!

Lascia un commento